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Essere fisioterapista: cosa significa per me

6 giorni fa
Tempo di lettura: 2 min



Nei vari anni di attività, mi sono interrogata spesso sul ruolo che dovrebbe avere la fisioterapista e l'osteopata.


Appena uscita dall'università, avevo la testa piena di nozioni e protocolli. Ero portata a credere che ogni paziente che avrei visitato avrebbe seguito le linee guida, che tutti e tutte avrebbero svolto gli esercizi e rispettato le indicazioni date.

Immagina la mia frustrazione nell'interfacciarmi con chi non seguiva le indicazioni, nonostante tutte le sollecitazioni. E lo stupore nel vedere chi non migliorava, nonostante seguisse scrupolosamente tutto quello che andava fatto.

C'era poi chi migliorava senza far nulla e chi proprio non rientrava affatto in un caso clinico conosciuto.

Questa versione della realtà, all'inizio, mi ha spaventata, anche perché mi mancavano l'esperienza lavorativa e la casistica che mi avrebbero potuto aiutare a trovare chiavi di lettura diverse.


Quando pensavo che il risultato dipendesse tutto da me

Poi è arrivata la fase in cui ho iniziato a capirci un po' di più e il mio ego ha provato a farsi più grande. Ha provato a farmi credere che fossi la migliore, che risolvessi tutto e che il merito dei miglioramenti dei pazienti fosse tutto mio.

Il rischio di interpretare questo ruolo è che, quando invece i pazienti non migliorano, la colpa sembra essere tutta mia.

Non avevo fatto abbastanza, non avevo capito abbastanza, non ero stata abbastanza.

Ho continuato a fare corsi di formazione, a studiare e a interrogarmi approfonditamente sui casi clinici più complessi.


Il mio modo di vedere oggi la fisioterapia e l'osteopatia

Ad oggi sono arrivata a questa conclusione sulla figura della fisioterapista e dell'osteopata, probabilmente provvisoria e ancora in evoluzione.

Mi considero una consulente nell'ambito della salute. Una persona che mette a disposizione del paziente le conoscenze e le competenze che ha collezionato nel tempo.

Uno strumento attraverso il quale il paziente può osservare la propria situazione da un altro punto di vista, ponendosi domande diverse e arrivando, di conseguenza, a risposte diverse da quelle ricevute fino a quel momento.

Capendo meglio la situazione, può scegliere con più consapevolezza la strada migliore da seguire tra quelle che ha a disposizione.

Così il percorso può essere personalizzato e costruito insieme.


Il paziente al centro del percorso terapeutico

Perché il sintomo è del paziente e bisogna coinvolgerlo nelle scelte che riguardano la sua salute: il suo corpo, la sua mente e la sua energia.

Pensare di sapere cosa sia meglio per lui o per lei al suo posto è presuntuoso, fuorviante e pericoloso. Tossico sia per il paziente che per il terapista.

Non c'è cosa più bella, nello svolgere questo lavoro, che creare una sana alleanza terapeutica con il paziente.

Creare questo tipo di squadra permette di unire i punti di vista, di osservare meglio, di muoversi in modo più efficace e di inquadrare meglio i sintomi.

E di vivere meglio, sia quando si è pazienti che quando si è fisioterapisti.

 
 
 

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